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Diario
30 gennaio 2010
Gianmarco Bellini, l'ultimo eroe.
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Era l’inverno del 2006, con Gianmarco Bellini si sghignazzava davanti al racconto dei miei bislacchi personaggi umoristici: “Il partigiano Orazio”, figlio di uno che vendeva costituzioni false; “Amedeo”, il pretino che faceva ricettazione di oggetti rubati per costruire una chiesa. Bicchieri di vino buono e ricordi della sua Crosare di Pressana, quel posto “conservato da Dio”, dove era nato su a Verona e da dove era partito per l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli.
Poi il vino da’ pulsioni strane: si passò a parlare di quella “Notte in Arabia”, e di quello stramaledetto proiettile della Shilka Szu-23-4 la postazione mobile irachena e di quel baffuto, povero soldato, che non immaginava di buttare giù una favola da 30 milioni di dollari, il “Tornado” di Bellini & Cocciolone, come per anni fu chiamato.
Gianmarco, mentre ricordava uno dei pochi articoli onesti e seri del tempo, scritto dalla brava Maria Grazia Cutuli su “Epoca”, mi chiese: “La scriveresti quella storia”.
Fu il vino, si il vino e una splendida forma di pecorino, che si assottigliava sotto i nostri occhi, a farmi accettare. Tre anni di guerra continua con la tastiera del pc.
La mente ha volato per tre anni su quel Tornado. Ho pianto nel raccontare i 47 giorni - molti dei quali ad Abu-Ghraib – al freddo e alla fame, senza scarpe; la sabbia negli occhi della base di Al-Dafra, negli emirati; la partenza maledetta della prima squadriglia di attacco aereo di guerra italiano, dopo la II guerra mondiale, dove il primo aereo si spegne e il secondo resta col carrello fuori pochi km dopo il decollo: c’era una divina conventio ad escludendum quella notte, poi, dopo l’ennesima revisione, ho detto: basta!
Ora il libro è in lettura presso diverse case editrici italiane.
Spero possiate leggerlo al più presto, la storia è umana, è la storia personale di Gianmarco Bellini e di quella “Notte in Arabia”.
Nel mentre, ve ne passo una pagina.
" Ore 01.30
Si sale a bordo,
guardo negli occhi Gargiulo, più che altro i nostri occhi si incontrano come i fari di due macchine che viaggiano opposte su una strada. Auto sicure di essere tutt’e due in riga con la linea di mezzeria della carreggiata, i loro fari si scambiano un saluto veloce, intimidatorio: mi hai visto? Ti ho visto! Non mi vieni addosso? Non ti vengo addosso, e neanche tu lo farai!Uno sguardo di pochi secondi, due macchine fotografiche che scattano all’unisono: “... l’ultima cosa che avrei ricordato di quel 18 gennaio ‘91 sarebbe stata la faccia di cuoio del capo velivolo...”.
Mi assesto sul sedile, la poltrona di casa mia. Mi sento bene.
I muscoli del collo sono rilassati dalla corsa del mattino: la macchina del mio corpo è in perfetto stato. Ho 33 anni e penso che sia l’età migliore per convolare a nozze con la storia, potrò dire io c’ero, o diranno “lui” c’era, questo adesso non lo so e non lo penso neanche, è questo uno dei pochi momenti in cui non esiste dentro di me un’elaborazione logica diversa, un pensiero che esuli dai compiti a cui la “mia” macchina mi sottopone.
Si cominciano le verifiche degli apparati, quasi quaranta minuti al rullaggio, può sembrare un’eternità. In quaranta minuti si può leggere mezzo romanzo, volare da Verona a Milano, guardare il primo tempo di una partita, sorseggiare un caffé all’ Harry’s Bar guardando verso il mare, fare decentemente l’amore, l’amore...e chiedere alla luna tagliente e araba di autosospendersi, di pararsi dietro una tenda, e dopo un po’ lo fa, perché le nuvole arrivano precise a coprirla, come programmato dai meteorologi di guerra o da qualche Dio compiacente.
Spesso mi torna in mente quella ragazza napoletana che alla fine di un nostro breve rapporto mi disse, con un po’ di cattiveria:
-“Fai l’amore come un aereo che decolla! Cosa dovevo aspettarmi da te?”
Stetti male per un pezzo, mi vergognai anche un po’. Non credevo di averle mancato di rispetto, poi quando si è giovani può capitare; peccato che le storie d’amore non riescano mai a finire con un sipario che si chiude tra gli applausi."
3 gennaio 2010
Botteghe Oscure Addio - Miriam Mafai 1996
Bisogna rileggerli i libri, specialmente quelli che raccontano la memoria, quella che diventa storia, quella che ci aiuta a sopportare il nostro tempo cattivo, perché, come diceva Brecht: “Di nulla sia detto: è naturale / in questo tempo di anarchia e di sangue / di ordinario disordine / di meditato arbitrio / di umanità disumanata. / Così che nulla valga come cosa immutabile...
Io ho riletto questo crudo e sereno racconto di Miriam Mafai scritto nel ’96, all’indomani della decisione di vendere il palazzone simbolo del vecchio Pci.
La Mafai oltre ad essere giornalista tosta – è stata tra i fondatori de “La Repubblica – qui rivela doti di piacevole raccontatrice, ma quello che più conta, visto che racconta dall’interno del corpo ancora caldo del Pci morente, è la sua capacità di dire tutta la verità, nient’altro che essa.
Nonostante il suo coinvolgimento emotivo, visto che di quel corpo lei è stata per una vita intera cellula pulsante ed organica, vivendo – tra l’altro – accanto ad uno dei padri di quel Pci, (Giancarlo Pajetta), è riuscita a parlarne a vol d’oiseau, quasi planando come osservatrice disincantata. Racconta l’Italia del Pci, cos’era, come si trasformava e quali erano i limiti e le debolezze del più grande partito comunista del mondo occidentale, quello che arrivò quasi a governare col 35 % dei voti.
È un libro che consiglierei ai giovani, è un libro da far rileggere a chi non l’ha letto con attenzione. È un libro da regalare al grande condottiero di cartapesta, quello che crede ancora che i comunisti esistano perché, come disse Totò: “Ve lo dovete togliere dalla testa, quelle case lì le hanno chiuse!”
Si trova, ormai, solo on-line, nell’edizione economica Mondadori € 8.00
19 dicembre 2009
"Aggiungi un Porco a Favola"
Non toccherebbe a me fare la recensione di un’antologia dove sono presente con un racconto, ci sarebbe un palese “conflitto d’interessi”.
Maledizione! La rivoluzione culturale prodotta dal web e dalla comunicazione a tutto campo, ha permesso a termini come questo di entrare nel linguaggio comune.
L’altro giorno ho detto al mio portiere:
«Emilio, l’ascensore non funziona, ma quel tuo cugino così bravo, non potrebbe aggiustarlo in fretta?»
«No, Prufessò, mi dicono che c’è conflitto d’interesse, con mio cugino. Però questa cosa non è poi tanto cattiva, stanotte, dopo che avevo preso lo stipendio, mia moglie, quella megera, faceva la smorfiosa nel letto, le ho detto “Titina, fatti in là, niente sesso: c’è conflitto d’interesse”, e così me la sono scansata pure stavolta.»
Ma io non voglio recensire il libro, pretendo che lo compriate. È una ennesima scommessa di un duo favoloso che a Napoli, negli ultimi 10 anni, ha messo su un movimento umoristico che potremmo definire epocale. L’intuizione del Laboratorio di scrittura comica Achille Campanile, arrivato quest’anno al IX corso, ha prodotto fior di scrittori, alcuni dei quali volati verso altre categorie letterarie, come il prezioso Maurizio de Giovanni, autore ormai affermato di Fandango e Einaudi, e candidato per il II anno consecutivo al Premio Scerbanenco.
La pubblicazione, curata dai due promotori del Laboratorio, Eddi Bellini e Pino imperatore, raccoglie 36 autori, non solo napoletani, tra cui moltissimi vincitori del Premio Troisi.
“Aggiungi un porco a favola” Edizioni Cento Autori € 13.00
È una gustosa rivisitazione delle favole classiche. Agli autori invitati è stato dato un compitino che poteva sembrare semplice semplice, riscrivere le favole dal cui titolo era stata sostituita una lettera. Proibitivo ai più, snervante per gente che non ha il sorriso come professione, ma dal risultato sorprendente quando in campo ci sono i joueurs delle parole.
20 ottobre 2009
Quando Il Mattino faceva tendenza e faceva ridere.
 La bellissima testata con i nomi della redazione al completo (io ho una sola fortuna, di avere un nome lunghissimo).
Nell’autunno di ventidue anni fa, sull’onda emozionale dei tanti inserti satirici già presenti in alcuni giornali italiani, nasceva Ragù l’inserto satirico de Il Mattino.
C’erano in giro già dei formidabili inserti, da “Tango” di Stàino su L’Unità a “Satyricon” su La Repubblica. Nacque per condiscendenza bonaria dell’allora ferreo direttore Pasquale Nonno, uno degli ultimi grandi direttori del giornale. Nonno veniva dalla Rai, quella che sfornava fior di giornalisti e faceva parte di quel gruppo che aveva contribuito alla nascita del nuovo Tg1.
L’inserto fu fortemente voluto da una redazione di giovani giornalisti come vacanza umoristica dal quotidiano lavoro di cronista, ebbe un discreto successo e fu caposcuola a Napoli di umorismo e ironia non legato all’immagine partenopea di “pizza e mandolino”.
Una satira forte, ma non dura come quella degli altri inserti nazionali ( se pensiamo alla trucida battuta di “Cuore”, la rivista di Michele Serra, che nel L’Unità prese il posto di Tango: “Aiuta l’inps, uccidi un pensionato!”)
Ragù fu una grande fucina intellettuale, leggendo i nomi della redazione di allora si ritrovano soggetti che oggi sono al top del giornalismo partenopeo, come Francesco Durante del “Corriere del Mezzogiorno”, Edoardo Santelia dell’ attuale Tg3, Cicelyn, Michele Buonuomo (che si firmava Mike Gotman ) l’allora esordiente vignettista Riccardo Marassi, che proveniva dalla redazione napoletana di Paese Sera (storico giornale della sinistra di proprietà del Pci che chiuse dopo poco tempo per fallimento) e che sarebbe diventato uno dei primi vignettisti italiani.
Ragù usciva il sabato come inserto de Il Mattino, per non accavallarsi con l’uscita di Satyricon la domenica su repubblica, e Tango il lunedì su l’unità.
 Un pescatore di frodo arpiona un anguilla nelle vasche del Banco di Napoli, è l'8 gennaio 1988
Alcune pagine furono memorabili, come quella del dopo natale 87 sui capitoni nelle vasche del Banco di Napoli. Era stata da poco ristrutturata la storica sede del Banco napoli in via Roma/via Toledo e in città c’era un grosso dibattito tra i favorevoli e i contrari sulle vasche realizzate nello spazio prospiciente la sede dall’architetto Nicola Pagliara, dopo poco tempo dall’inaugurazione, proprio durante il periodo natalizio, alcuni buontemponi (ma si sospettò che fossero stati i goliardici redattori di Ragù) butto nelle vasche alcune grosse anguille, le foto uscirono su Ragù suscitando reazioni contrastanti, ma grosse risate. Pezzo forte fu anche una pagina su i Rom che venivano spostati da città in città - con, tra l’altro, un mio preveggente e non sospetto“falso d’autore” sull’allora Prefetto della Congregazione per la Fede.
 Uno dei miei falsi preferiti: Santità mi perdoni, avevo la vista corta!
Ragù morì. La sua chiusura fu decretata dai primi segnali di una globalizzazione imminente, Pasquale Nonno decise che col gioco del“Bingo” si vendevano più copie.
Non sapremo mai se fu più giusto così, se potesse essere stata anche la “stanchezza creativa a decretarne dopo pochi mesi la fine.
Michele Serra alla chiusura del mitico “Cuore” affermò che “le riviste satiriche sono come lo yogurt, hanno la scadenza sull’etichetta già quando nascono”.
Forse Ragù non aveva ancora fermentato bene, visto la grande messe di cervelli che lo abitavano, ma questo non lo sapremo mai!
Dispiace che tra i tanti che vi collaborarono, oggi soggetti autorevolissimi, abbia dovuto essere io, a ricordare una bella pagina dell’editoria napoletana: se pigliassero scuorno?
Nessuna ragazzina ci chiamò «Papi» in redazione e, non ci metterei la mano sul fuoco, nessuno mai indossò calze turchesi di sabato (la domenica con Maradona erano obbligatorie).
3 ottobre 2009
Siediti sul bordo del fiume...
Strega Divina
E’ un ossimoro appropriato per Simonetta Santamaria, la regina dell’horror italiano che è riuscita a sdoganare la letteratura del brivido facendosi inserire nientedimeno che nel Giallo Mondadori.
Si perché questa settimana in edicola, nel numero 2989 del giallo, che esce con un racconto di Peter Lovesey – “La ballata degli impiccati”, viene pubblicato in coda “Quel giorno sul Vesuvio” il brano che vinse l’XI edizione del Premio Lovecraft, il Pulitzer italiano della letteratura horror.
Io vado in edicola, sono contento e fiero di essere tra gli amici di Simonoir.

http://www.simonettasantamaria.net/
30 agosto 2009
El Che - ...cambiar penna per pistola...

"Oh Che/tu che conosci un po’ di tutto/l’asma sull’erba fredda/
l’urlo della folla/il mareggiar dell’onda/
e persino come si accoppiano i conigli/e come si fanno i fiori/
non che io voglia cambiar penna per pistola/
ma il poeta sei tu."
Sto leggendo "Latino Americana", il diario di Ernesto Guevara de la Serna, che tutti conosciamo come "El Che", ma che allora, quando cominciò a stenderlo,nel '51 era soltanto un passionale e compulsivo studente di medicina. Irriverente, ballista e goliardico, partì per divertirsi e conoscere quelli che definiva già, bolivarianamente, gli Stati Uniti dell'America del sud. Sappiamo che il suo sogno si è interrotto proprio quando, 25 anni dopo, cercava di realizzarlo. Da cristiano, mezzo credente qual sono, mi ha sempre intrigata la storia dei santi. Persone leggendarie di cui ci sono state tramandate storie d'amore verso gli altri. La prefazione al libro di suo padre, mi ha incuriosito ancora di più: dovessimo trovarci realmente davanti ad un martire cristiano? ... "...dopo la partenza di Ernesto per il Venezuela...pranzando con padre Cuchetti, un sacerdote suo amico, noto nel nostro paese per le sue idee liberali...raccontavo l'attività di Ernesto e di Granado nel lebbrosario di San Paolo... "Amico mio - disse il sacerdote - sarei capace di qualsiasi sacrificio per i miei fratelli, ma posso assicurarle che convivere con i lebbrosi in quelle condizioni, da mattina a sera e anche la notte, in quel clima tropicale e per di più nella totale mancanza d'igiene, non sarei in grado di farlo, non sarei in grado di sopportarlo. Mi inchino davanti alla forza di suo figlio e del suo compagno perchè, per poter fare ciò, occorre qualcosa più del coraggio: occorre avere, oltre a una tempra d'acciaio, un animo immensamente generoso e pervaso della più profonda carità. Suo figlio andrà molto lontano." Ernesto Guevara Lynch prefazione a
LATINOAMERICANA I diari della motocicletta Ernesto Che guevara Feltrinelli Ue - € 5.00

| inviato da dido il 30/8/2009 alle 11:55 | |
22 giugno 2009
Storie Brillanti di Eroi Scadenti.
“STORIE BRILLANTI di EROI SCADENTI”
Edizioni Cento Autori
Martedì 23 giugno – ore 17.30
Libreria San Paolo Napoli
Ospiti
Aldo Putignano, scrittore, docente di scrittura
Pino Imperatore, scrittore, presidente sezione comica Premio Troisi
Ci siamo.
Non sembri strano, ma presentare la mia accozzaglia di pensieri sub reali nella prestigiosa Libreria San Paolo di via De Pretis a Napoli mi mette una certa agitazione.
Non disagio, giammai, ma piacevole soddisfazione.
I miei ventuno racconti pescano nel torbido delle coscienze, tentando di raccontare, in allegria, questo universo pazzo, dove gli umani sembrano animali bradi.
In qualche storia parlo anche di sacerdoti, e nel mio immaginario fantastico, cerco di raccontarli come sono descritti - per loro piccole disavventure - in qualche cronaca provinciale: ecco, una delle virtù del cattolicesimo, è la grande disponibilità a discutere, se non direttamente dalla Chiesa Madre, dei suoi interminabili organismi paralleli, che ne fanno una forza di dialogo in progresso.
Il disagio mi viene, forte e interiore, a pensare a colleghi scrittori, di altre religioni, a cui viene proibito, non tanto di discutere, ma di fare dell’umorismo, che è una forma di affetto, sulla propria fede.
Sono proprio contento.
E lo sono ancor di più nel ringraziare quella splendida donnina che dirige la libreria, Livia Greco, una che ama i libri e chi li sorvola.
 Il retro, con una troppo generosa considerazione dell'editore.
1 giugno 2009
Maurizio De Angelis è un piccolo folle, un folletto.
Maurizio De Angelis & Didò a Ubik Libreria
Il PADRINO Parte Prima
Così Non Trova Traffico
Maurizio De Angelis è un folletto, no non un spiritello fiabesco, lui è proprio folle, ma non è alto come me.
E un immarcescibile figlio dei grandi umoristi battutisti del ‘900, i Marcello Marchesi, i Gino Bramieri, i Beppe Viola «Lei è mai stato innamorato?». «No, ho sempre fatto il benzinaio», quelli che con una frase ti facevano sghignazzare più che con un racconto intero.
Dopo aver vinto per due volte il Premio Troisi (la seconda giuria è ancora ricoverata al reparto maxilo-facciale dell’Ospedale Cardarelli con le mascelle ingessate) e aver scritto i testi di vari spettacoli e produzioni radiofoniche ha scritto un romanzo umoristico di 150 pagine (sarebbero 151, ma l’ultima mi serviva, per altro, peraltro).
E’ il principe dei luoghi comuni. Non lascia nulla al caso, trafigge il linguaggio comune, i pour parler, e li trascina in un vortice di frasi attaccate l’una dietro l’altra che, ovemai ne hai pronunciato una, una volta sola, ti fanno comprendere quanto sei cretino, non sempre, ma una tantum. De Angelis non media, colpisce con un fioretto acuminato, persino la dedica iniziale “Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”, ti lascia per un attimo interdetto. E’ l’amico sornione del liceo, quello che faceva spanciare le ragazze dalle risate; il congiunto che ai funerali, con un piccolo tocco di classe, coinvolgeva in risate tutto il corteo funebre, il “Conte Mascetti” di Amici miei.
E’ un bene che escano libri del genere, e meglio ancora che vengano pubblicati all’inizio dell’estate, la gente sulle spiagge vuole ridere, mica dare una mano a Maroni a respingere i barconi in Libia?

Lo presentano
Lunedì 8 giugno ore 18.00
Pino Imperatore e
Maurizio de Giovanni
Modera
Francesco Di Domenico
(chi modererà me?)
Ubik Libreria – via Benedetto Croce
Napoli
27 aprile 2009
Cronaca di una torta annunciata.

“Sono contento di essere arrivato ultimo”, un po’ come quell’atleta, ripresa da tutte le televisioni del pianeta che si trascinò come una larva fino al completamento della maratona di Los Angeles del 1984, e che fa’ capire che importante non è partecipare ma arrivare.
La pensava allo stesso modo anche un grande attore del teatro elisabettiano, quel John Holmes che interpretò mirabilmente una piece shakespeariana insieme alla compianta Moana Pozzi.
Il suo motto era: arrivare in fondo (se ci riesci).
L’opera era “canna al vento”, in un primo momento attribuita a Grazia Deledda, ma, così come il bardo shakespeare non aveva mai conosciuto Verona, la grande poetessa sarda non aveva mai visto canne, tantomeno al vento.
Ma ultimo perché il mio personaggio si chiama Zuì, come l’uccellino di Eduardo De Filippo.
Questo per raccontarvi che è uscito
“Enciclopedia degli Scrittori inesistenti”
Boopen Editore.
Un catalogo di autori che avrebbero potuto esserci, ma non esistono, sono inventati, ma inventati bene, hanno quasi vita o l’hanno avuta.
A volte si leggono certe biografie di scrittori che sembrano surreali, fasulle.
Bukovsky faceva il postino, la Fallaci...no, la Fallaci no, Sandrone Dazieri fa il medico, Dan Brown faceva il pianista e il cantante, prima di scrivere il “Codice di Sal Da Vinci.
Il nostro librone consta di 270 pagine e cento autori, alcuni autentici scrittori, altri autentiche scoperte del sollazzo e della fandonia letteraria.
E’ un’opera diuretica, può conciliare il pensiero mattutino in bagno, ma anche da comodino, facendoci addormentare con un sorriso.
Tra un mese vi regalo il racconto (...e quanta grazia, Didò!).
| inviato da dido il 27/4/2009 alle 20:56 | |
7 aprile 2009
Recensione di "Storie Brillanti..." su Viadellebelledonne

E’ stata inserita da Morena Fanti, sulla rivista web “viadellebelledonne”, una divertente recensione del mio libro ad opera del giornalista/ scrittore/ editore siciliano Salvo Zappulla.
L’articolo è corredato da un’intervista agre sui grandi temi della vita e dei suoi sottoprodotti (pezzi di ricambio compresi). Si legge gratis, l’entrata è libera ( e l’uscita?). Andateci, sarete contenti di sapere che c’è un mondo peggiore di come lo immaginavate.
http://viadellebelledonne.wordpress.com/2009/04/01/storie-brillanti-di-eroi-scadenti/
Ah, le belle donne!

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