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Diario
31 luglio 2010
Racconti d'estate (ma perchè d'inverno no?)

Parto per la via Crucis vacanziera, mi annoierò a morte e dopo mi accorgerò che le vacanze sono una dolorosa pausa inutile se si vive una vita meravigliosa.
Tratto da questa deliziosa antologia, di quell'inesauribile sornione della letteratura napoletana che è Aldo Putignano (corroborato dall' enfant terrible Giancarlo Marino) uscita nella primavera del 2009: "Enciclopedia degli scrittori inesistenti", vi pubblico il mio brano.
In questo racconto cito Pietro Taricone, già un anno fa prevedevo, anche con ironia, un futuro intelligente per questo bel ragazzo che la storia ha ghermito anzitempo, certe persone sono destinate a rimanere belle per l'eternità, come lo fu per Norma Jean Baker, la nostra Marilyn.
Zuì El Khan, ????- (Fontana di Trevi - 1954 Wall Street Journal 2036/38),??
detto anche Ahmed Zovirax, anche conosciuto col nome di battaglia di Gamal El-Bixio (in onore di una sua bisnonna che cavalcò in Calabria col grande Nino)
Scrittore, giornalista, poeta e guerriero lombardo.
Zuì El Khan, figlio di un ragioniere di origine turca e di una turista calabrese, nacque, per espresso volere del padre, nella celebre fontana di Trevi, comprata dalle mani di un principe napoletano.
Trascorre i primi anni di vita nel manicomio di Fossombrone, insieme alla famiglia, ed è la che compone, a quattro anni, la sua prima piece teatrale “Vita distratta” , dove si narra di un sorvegliante ubriaco che dimentica la porta di un manicomio aperto.
Bambino precoce, dopo la primina, viene iscritto al liceo classico Primo Carnera di Cagate Brianza dove inizia la sua reale attività letteraria.
Senza avere mai conosciuto Bertolt Brecht, il giovane Gamal con grande maestria e genio lo evita accuratamente nell’inventare uno stile teatrale, superfluo e a tratti inutile. La formidabile idea di un “Teatro del niente”, venne al giovane Zovirax (chiamato così a scuola per una forma di herpes che gli impediva di parlare in gaelico) in una notte di luna piena radendosi allo specchio con la lampadina fulminata.
Il viaggio nel “dramma” lo aveva già fatto nascendo, ma El Khan voleva metterci qualcosa di più e inventò il “Teatro dell’incoscienza”. Una formidabile mistura di bugie e frottole succulente, raccontate con l’arte di un affabulatore come Vittorio Gasmann (somiglia terribilmente al grande Vittorio, ha lo stesso numero di scarpe), narrate a Milano dove si ammoccano tutto. E lo chiamò “dell’incoscienza” perché ben sapeva, che se lo avessero scoperto, lo avrebbero murato vivo nella ristrutturazione del”Piccolo Teatro”.
Il successo non fu immediato, Dario Fò glielo aveva preannunciato, quando lo vide montare le mensole della cucina (crollarono sei barattoli di marmellata e uno di miele, la cucina fu inondata di api e Franca Rame, dopo essere stata punta, lo accusò di revanscismo durante un’assemblea di attori anarchici del nord-est ): “senza la livella, le mensole cadranno e non sarai scritturato neanche da un muratore, coglione”. La sua opera fu invece apprezzata senza riserve dal critico Nuzio Scevro che lo definì “ un antesignano di qualche cosa”.
Dopo aver composto l’elogio funebre per la morte di Giorgio Gaber, intitolato: “Meglio così”, fu rinchiuso in un canile municipale, dall’allora presidente della Provincia Ombretta Colli e liberato sotto cauzione (pagata dalla Kit-Kat, la Friskies si era già costituita parte civile in un processo parallelo, dove gli attori di una commedia di Zuì erano stati definiti “cani”).
Nel 2012, accolto in udienza dal Papa Bicipite I (Sua Santità era un ex pugile, convertitosi al cristianesimo dopo l’abolizione della boxe), rimasto folgorato dal vedere una suora ucraina Dell’Ordine delle Badanti di Cristo mentre assisteva alle abluzioni del Santo Padre in t-shirt, scrisse i suoi due poderosi saggi cattolici: “Pederasti & Cineasti” (una lucida disamina dell’omosessualità nel “Nuovo Cinema Vaticano”) e il saggio “Teologia sessuale”, come si affronta il sesso in sagrestia e nelle altre dependance.
Nel 2020, la svolta letteraria più importante. Mentre passeggiava per i vicoli di Manhattan, il vecchio Zuì fu sequestrato da un gruppo di ex attrici dell’Actor’s Studio e da un paio di casalinghe disperate, che lo solleticarono violentemente con una piuma nelle parti basse. Nel volantino di rivendicazione, firmato “Femministe Disattente”, il gruppo politico-sessuale ammise di averlo sequestrato per errore, il loro obbiettivo era Pietro Taricone, un ex attore italiano, diventato governatore della California.
Zuì, dopo l’accaduto si trasferì a Tunisi, nella terra dei Padri (sarebbe stata la Turchia, ma non trovò alberghi liberi a Istanbul) e scrisse il suo capolavoro, tradotto poi in tre lingue e dodici dialetti:
“Pensieri sullo sterco molle dei dromedari sulle dune a nord di Rabat”, un’antologia intensa e pregnante sulle vicende di Amal Al-Katzoun, un poeta e narratore berbero vissuto nel ‘900 e morto ad Agadir nel 1947 d.c. tentando di salvare il suo cammello impazzito che voleva abbeverarsi ad un distributore di benzina. Gli undici racconti seguono tutti uno stesso tema, quello del rapporto dell’uomo col suo animale, inteso anche in senso meta-fisico (l’altra metà, no!).
Della migrazione dalla sua terra, o dal suo giardino, in quella del suo vicino - sempre in viaggio - alla scoperta della di lui compagna Fatima, detta anche “Le doppie dune del deserto” per il prosperoso petto che ricordava le cupole della moschea di Ouarzazat.
Qui il tema della migrazione si fa passionale, perchè Amal, stravolgendo i canoni classici della letteratura Araba, di per se transumante per via dei molti arzigogoli fluttuanti della scrittura medio-orientale, la ferma, in modo occidentale; le blocca la poetica, riducendola a puro e, oseremmo dire mero e porco suo vantaggio, lasciandosi rotolare nello stallatico del ricovero dei cammellidi, insiemi alla ormai ex nobile consorte del suo amico, combinandosi, lui e la Fatima, come dei lerci concubini, che annullano poetiche e quant’altro in favore del ritorno alla natura (insomma...).
Tornato a New York nel maggio del 2036 come consulente militare per un videogame edito dal Wall Street Journal, sulla guerra economica tra Iran e Iraq (un nipote di Saddam, dopo aver preso il potere, aveva bombardato le banche iraniane con bond argentini, avanzi del risarcimento americano), scomparve nei bagni dell’82 piano. Dopo due anni di ricerca non è stato ancora ritrovato il corpo, e neanche i resti di dodici infermiere svedesi che lo accompagnavano.
Alcune sue opere sono state rieditate ultimamente dai “Rotoloni Regina”.
8 maggio 2010
La Forza dei Ricordi - Alessandra Iannone
Chi pensava che lo sperimentalismo, che dagli anni ’60 in poi, cumulato al linguaggio della cibernetica, del web, dell’evoluzionismo sintetico, avesse potuto uccidere la vecchia narrazione trova in questo libro una piacevole battuta d’arresto.
Ne “La Forza dei Ricordi” Alessandra Iannone racconta.
Indossa una veste d’organza a fiori, diventa sua nonna e, racconta.
Narra una vicenda a cavallo tra gli anni ’30 e ’40, personalissima ma universale perché simile a tante altre, in quel tempo in cui Dio vide i suoi figli tornare bestie, nella II guerra mondiale.
È una storia d’amore, che racconta un amore.
L’amore di una ragazza per sua nonna. Il ritorno ai primordi della letteratura, “Siediti – le dice la nonna – ti racconto una storia”, e comincia così a narrarle del suo drammatico, limpido, primo ed unico amore.
Sembra un romanzo ma è una storia vera, come tutti i romanzi che, o si sono avverati o lo faranno. Il linguaggio non avrebbe potuto essere diverso. L’amore, vero conflitto d’interesse tra nonna e nipote, riesce ad annullare la scrittrice, facendo diventare l’ava l’autentica autrice. Non facile.
Il racconto è una pagina delle migliaia di storie di quel periodo.
Le tragiche divisioni dei corpi dai sentimenti, che resero ancora più atroce quella guerra; gli amori divisi e i cuori spaccati a metà con l’accetta del dovere.
Un ragazzo che torna dal nord Italia alla sua città d’origine in visita a parenti.
Una ragazza che aspetta un amore da incontrare, girovagando con gli occhi.
Gli occhi che s’incontrano sono loro ad innamorarsi, in quegli anni dove solo gli occhi si potevano “toccare”.
Il racconto di Giugliano in Campania, solida città rurale, ruvida realtà dove l’ordine di una moralità codificata ed ottocentesca mette svariati cancelli davanti ad un sentimento limpidissimo.
Un epistolario intenso e bello, quando l’amore era un francobollo incollato su di una busta.
Le pagine s’inerpicano tra angosce e felicità improvvise, fino all’epilogo…
Ottima prova nell’opera prima di questa giovane avvocato.
…
La sua prima lettera Alessandra Iannone la ricevette appena nata dal sottoscritto, era un telegramma che recitava: “Benvenuta!”
Ho pronto un’altra missiva, stavolta sarà un e-mail: Benvenuta collega!”
30 gennaio 2010
Gianmarco Bellini, l'ultimo eroe.
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Era l’inverno del 2006, con Gianmarco Bellini si sghignazzava davanti al racconto dei miei bislacchi personaggi umoristici: “Il partigiano Orazio”, figlio di uno che vendeva costituzioni false; “Amedeo”, il pretino che faceva ricettazione di oggetti rubati per costruire una chiesa. Bicchieri di vino buono e ricordi della sua Crosare di Pressana, quel posto “conservato da Dio”, dove era nato su a Verona e da dove era partito per l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli.
Poi il vino da’ pulsioni strane: si passò a parlare di quella “Notte in Arabia”, e di quello stramaledetto proiettile della Shilka Szu-23-4 la postazione mobile irachena e di quel baffuto, povero soldato, che non immaginava di buttare giù una favola da 30 milioni di dollari, il “Tornado” di Bellini & Cocciolone, come per anni fu chiamato.
Gianmarco, mentre ricordava uno dei pochi articoli onesti e seri del tempo, scritto dalla brava Maria Grazia Cutuli su “Epoca”, mi chiese: “La scriveresti quella storia”.
Fu il vino, si il vino e una splendida forma di pecorino, che si assottigliava sotto i nostri occhi, a farmi accettare. Tre anni di guerra continua con la tastiera del pc.
La mente ha volato per tre anni su quel Tornado. Ho pianto nel raccontare i 47 giorni - molti dei quali ad Abu-Ghraib – al freddo e alla fame, senza scarpe; la sabbia negli occhi della base di Al-Dafra, negli emirati; la partenza maledetta della prima squadriglia di attacco aereo di guerra italiano, dopo la II guerra mondiale, dove il primo aereo si spegne e il secondo resta col carrello fuori pochi km dopo il decollo: c’era una divina conventio ad escludendum quella notte, poi, dopo l’ennesima revisione, ho detto: basta!
Ora il libro è in lettura presso diverse case editrici italiane.
Spero possiate leggerlo al più presto, la storia è umana, è la storia personale di Gianmarco Bellini e di quella “Notte in Arabia”.
Nel mentre, ve ne passo una pagina.
" Ore 01.30
Si sale a bordo,
guardo negli occhi Gargiulo, più che altro i nostri occhi si incontrano come i fari di due macchine che viaggiano opposte su una strada. Auto sicure di essere tutt’e due in riga con la linea di mezzeria della carreggiata, i loro fari si scambiano un saluto veloce, intimidatorio: mi hai visto? Ti ho visto! Non mi vieni addosso? Non ti vengo addosso, e neanche tu lo farai!Uno sguardo di pochi secondi, due macchine fotografiche che scattano all’unisono: “... l’ultima cosa che avrei ricordato di quel 18 gennaio ‘91 sarebbe stata la faccia di cuoio del capo velivolo...”.
Mi assesto sul sedile, la poltrona di casa mia. Mi sento bene.
I muscoli del collo sono rilassati dalla corsa del mattino: la macchina del mio corpo è in perfetto stato. Ho 33 anni e penso che sia l’età migliore per convolare a nozze con la storia, potrò dire io c’ero, o diranno “lui” c’era, questo adesso non lo so e non lo penso neanche, è questo uno dei pochi momenti in cui non esiste dentro di me un’elaborazione logica diversa, un pensiero che esuli dai compiti a cui la “mia” macchina mi sottopone.
Si cominciano le verifiche degli apparati, quasi quaranta minuti al rullaggio, può sembrare un’eternità. In quaranta minuti si può leggere mezzo romanzo, volare da Verona a Milano, guardare il primo tempo di una partita, sorseggiare un caffé all’ Harry’s Bar guardando verso il mare, fare decentemente l’amore, l’amore...e chiedere alla luna tagliente e araba di autosospendersi, di pararsi dietro una tenda, e dopo un po’ lo fa, perché le nuvole arrivano precise a coprirla, come programmato dai meteorologi di guerra o da qualche Dio compiacente.
Spesso mi torna in mente quella ragazza napoletana che alla fine di un nostro breve rapporto mi disse, con un po’ di cattiveria:
-“Fai l’amore come un aereo che decolla! Cosa dovevo aspettarmi da te?”
Stetti male per un pezzo, mi vergognai anche un po’. Non credevo di averle mancato di rispetto, poi quando si è giovani può capitare; peccato che le storie d’amore non riescano mai a finire con un sipario che si chiude tra gli applausi."
3 gennaio 2010
Botteghe Oscure Addio - Miriam Mafai 1996
Bisogna rileggerli i libri, specialmente quelli che raccontano la memoria, quella che diventa storia, quella che ci aiuta a sopportare il nostro tempo cattivo, perché, come diceva Brecht: “Di nulla sia detto: è naturale / in questo tempo di anarchia e di sangue / di ordinario disordine / di meditato arbitrio / di umanità disumanata. / Così che nulla valga come cosa immutabile...
Io ho riletto questo crudo e sereno racconto di Miriam Mafai scritto nel ’96, all’indomani della decisione di vendere il palazzone simbolo del vecchio Pci.
La Mafai oltre ad essere giornalista tosta – è stata tra i fondatori de “La Repubblica – qui rivela doti di piacevole raccontatrice, ma quello che più conta, visto che racconta dall’interno del corpo ancora caldo del Pci morente, è la sua capacità di dire tutta la verità, nient’altro che essa.
Nonostante il suo coinvolgimento emotivo, visto che di quel corpo lei è stata per una vita intera cellula pulsante ed organica, vivendo – tra l’altro – accanto ad uno dei padri di quel Pci, (Giancarlo Pajetta), è riuscita a parlarne a vol d’oiseau, quasi planando come osservatrice disincantata. Racconta l’Italia del Pci, cos’era, come si trasformava e quali erano i limiti e le debolezze del più grande partito comunista del mondo occidentale, quello che arrivò quasi a governare col 35 % dei voti.
È un libro che consiglierei ai giovani, è un libro da far rileggere a chi non l’ha letto con attenzione. È un libro da regalare al grande condottiero di cartapesta, quello che crede ancora che i comunisti esistano perché, come disse Totò: “Ve lo dovete togliere dalla testa, quelle case lì le hanno chiuse!”
Si trova, ormai, solo on-line, nell’edizione economica Mondadori € 8.00
19 dicembre 2009
"Aggiungi un Porco a Favola"
Non toccherebbe a me fare la recensione di un’antologia dove sono presente con un racconto, ci sarebbe un palese “conflitto d’interessi”.
Maledizione! La rivoluzione culturale prodotta dal web e dalla comunicazione a tutto campo, ha permesso a termini come questo di entrare nel linguaggio comune.
L’altro giorno ho detto al mio portiere:
«Emilio, l’ascensore non funziona, ma quel tuo cugino così bravo, non potrebbe aggiustarlo in fretta?»
«No, Prufessò, mi dicono che c’è conflitto d’interesse, con mio cugino. Però questa cosa non è poi tanto cattiva, stanotte, dopo che avevo preso lo stipendio, mia moglie, quella megera, faceva la smorfiosa nel letto, le ho detto “Titina, fatti in là, niente sesso: c’è conflitto d’interesse”, e così me la sono scansata pure stavolta.»
Ma io non voglio recensire il libro, pretendo che lo compriate. È una ennesima scommessa di un duo favoloso che a Napoli, negli ultimi 10 anni, ha messo su un movimento umoristico che potremmo definire epocale. L’intuizione del Laboratorio di scrittura comica Achille Campanile, arrivato quest’anno al IX corso, ha prodotto fior di scrittori, alcuni dei quali volati verso altre categorie letterarie, come il prezioso Maurizio de Giovanni, autore ormai affermato di Fandango e Einaudi, e candidato per il II anno consecutivo al Premio Scerbanenco.
La pubblicazione, curata dai due promotori del Laboratorio, Eddi Bellini e Pino imperatore, raccoglie 36 autori, non solo napoletani, tra cui moltissimi vincitori del Premio Troisi.
“Aggiungi un porco a favola” Edizioni Cento Autori € 13.00
È una gustosa rivisitazione delle favole classiche. Agli autori invitati è stato dato un compitino che poteva sembrare semplice semplice, riscrivere le favole dal cui titolo era stata sostituita una lettera. Proibitivo ai più, snervante per gente che non ha il sorriso come professione, ma dal risultato sorprendente quando in campo ci sono i joueurs delle parole.
20 ottobre 2009
Quando Il Mattino faceva tendenza e faceva ridere.
 La bellissima testata con i nomi della redazione al completo (io ho una sola fortuna, di avere un nome lunghissimo).
Nell’autunno di ventidue anni fa, sull’onda emozionale dei tanti inserti satirici già presenti in alcuni giornali italiani, nasceva Ragù l’inserto satirico de Il Mattino.
C’erano in giro già dei formidabili inserti, da “Tango” di Stàino su L’Unità a “Satyricon” su La Repubblica. Nacque per condiscendenza bonaria dell’allora ferreo direttore Pasquale Nonno, uno degli ultimi grandi direttori del giornale. Nonno veniva dalla Rai, quella che sfornava fior di giornalisti e faceva parte di quel gruppo che aveva contribuito alla nascita del nuovo Tg1.
L’inserto fu fortemente voluto da una redazione di giovani giornalisti come vacanza umoristica dal quotidiano lavoro di cronista, ebbe un discreto successo e fu caposcuola a Napoli di umorismo e ironia non legato all’immagine partenopea di “pizza e mandolino”.
Una satira forte, ma non dura come quella degli altri inserti nazionali ( se pensiamo alla trucida battuta di “Cuore”, la rivista di Michele Serra, che nel L’Unità prese il posto di Tango: “Aiuta l’inps, uccidi un pensionato!”)
Ragù fu una grande fucina intellettuale, leggendo i nomi della redazione di allora si ritrovano soggetti che oggi sono al top del giornalismo partenopeo, come Francesco Durante del “Corriere del Mezzogiorno”, Edoardo Santelia dell’ attuale Tg3, Cicelyn, Michele Buonuomo (che si firmava Mike Gotman ) l’allora esordiente vignettista Riccardo Marassi, che proveniva dalla redazione napoletana di Paese Sera (storico giornale della sinistra di proprietà del Pci che chiuse dopo poco tempo per fallimento) e che sarebbe diventato uno dei primi vignettisti italiani.
Ragù usciva il sabato come inserto de Il Mattino, per non accavallarsi con l’uscita di Satyricon la domenica su repubblica, e Tango il lunedì su l’unità.
 Un pescatore di frodo arpiona un anguilla nelle vasche del Banco di Napoli, è l'8 gennaio 1988
Alcune pagine furono memorabili, come quella del dopo natale 87 sui capitoni nelle vasche del Banco di Napoli. Era stata da poco ristrutturata la storica sede del Banco napoli in via Roma/via Toledo e in città c’era un grosso dibattito tra i favorevoli e i contrari sulle vasche realizzate nello spazio prospiciente la sede dall’architetto Nicola Pagliara, dopo poco tempo dall’inaugurazione, proprio durante il periodo natalizio, alcuni buontemponi (ma si sospettò che fossero stati i goliardici redattori di Ragù) butto nelle vasche alcune grosse anguille, le foto uscirono su Ragù suscitando reazioni contrastanti, ma grosse risate. Pezzo forte fu anche una pagina su i Rom che venivano spostati da città in città - con, tra l’altro, un mio preveggente e non sospetto“falso d’autore” sull’allora Prefetto della Congregazione per la Fede.
 Uno dei miei falsi preferiti: Santità mi perdoni, avevo la vista corta!
Ragù morì. La sua chiusura fu decretata dai primi segnali di una globalizzazione imminente, Pasquale Nonno decise che col gioco del“Bingo” si vendevano più copie.
Non sapremo mai se fu più giusto così, se potesse essere stata anche la “stanchezza creativa a decretarne dopo pochi mesi la fine.
Michele Serra alla chiusura del mitico “Cuore” affermò che “le riviste satiriche sono come lo yogurt, hanno la scadenza sull’etichetta già quando nascono”.
Forse Ragù non aveva ancora fermentato bene, visto la grande messe di cervelli che lo abitavano, ma questo non lo sapremo mai!
Dispiace che tra i tanti che vi collaborarono, oggi soggetti autorevolissimi, abbia dovuto essere io, a ricordare una bella pagina dell’editoria napoletana: se pigliassero scuorno?
Nessuna ragazzina ci chiamò «Papi» in redazione e, non ci metterei la mano sul fuoco, nessuno mai indossò calze turchesi di sabato (la domenica con Maradona erano obbligatorie).
3 ottobre 2009
Siediti sul bordo del fiume...
Strega Divina
E’ un ossimoro appropriato per Simonetta Santamaria, la regina dell’horror italiano che è riuscita a sdoganare la letteratura del brivido facendosi inserire nientedimeno che nel Giallo Mondadori.
Si perché questa settimana in edicola, nel numero 2989 del giallo, che esce con un racconto di Peter Lovesey – “La ballata degli impiccati”, viene pubblicato in coda “Quel giorno sul Vesuvio” il brano che vinse l’XI edizione del Premio Lovecraft, il Pulitzer italiano della letteratura horror.
Io vado in edicola, sono contento e fiero di essere tra gli amici di Simonoir.

http://www.simonettasantamaria.net/
30 agosto 2009
El Che - ...cambiar penna per pistola...

"Oh Che/tu che conosci un po’ di tutto/l’asma sull’erba fredda/
l’urlo della folla/il mareggiar dell’onda/
e persino come si accoppiano i conigli/e come si fanno i fiori/
non che io voglia cambiar penna per pistola/
ma il poeta sei tu."
Sto leggendo "Latino Americana", il diario di Ernesto Guevara de la Serna, che tutti conosciamo come "El Che", ma che allora, quando cominciò a stenderlo,nel '51 era soltanto un passionale e compulsivo studente di medicina. Irriverente, ballista e goliardico, partì per divertirsi e conoscere quelli che definiva già, bolivarianamente, gli Stati Uniti dell'America del sud. Sappiamo che il suo sogno si è interrotto proprio quando, 25 anni dopo, cercava di realizzarlo. Da cristiano, mezzo credente qual sono, mi ha sempre intrigata la storia dei santi. Persone leggendarie di cui ci sono state tramandate storie d'amore verso gli altri. La prefazione al libro di suo padre, mi ha incuriosito ancora di più: dovessimo trovarci realmente davanti ad un martire cristiano? ... "...dopo la partenza di Ernesto per il Venezuela...pranzando con padre Cuchetti, un sacerdote suo amico, noto nel nostro paese per le sue idee liberali...raccontavo l'attività di Ernesto e di Granado nel lebbrosario di San Paolo... "Amico mio - disse il sacerdote - sarei capace di qualsiasi sacrificio per i miei fratelli, ma posso assicurarle che convivere con i lebbrosi in quelle condizioni, da mattina a sera e anche la notte, in quel clima tropicale e per di più nella totale mancanza d'igiene, non sarei in grado di farlo, non sarei in grado di sopportarlo. Mi inchino davanti alla forza di suo figlio e del suo compagno perchè, per poter fare ciò, occorre qualcosa più del coraggio: occorre avere, oltre a una tempra d'acciaio, un animo immensamente generoso e pervaso della più profonda carità. Suo figlio andrà molto lontano." Ernesto Guevara Lynch prefazione a
LATINOAMERICANA I diari della motocicletta Ernesto Che guevara Feltrinelli Ue - € 5.00

| inviato da dido il 30/8/2009 alle 11:55 | |
22 giugno 2009
Storie Brillanti di Eroi Scadenti.
“STORIE BRILLANTI di EROI SCADENTI”
Edizioni Cento Autori
Martedì 23 giugno – ore 17.30
Libreria San Paolo Napoli
Ospiti
Aldo Putignano, scrittore, docente di scrittura
Pino Imperatore, scrittore, presidente sezione comica Premio Troisi
Ci siamo.
Non sembri strano, ma presentare la mia accozzaglia di pensieri sub reali nella prestigiosa Libreria San Paolo di via De Pretis a Napoli mi mette una certa agitazione.
Non disagio, giammai, ma piacevole soddisfazione.
I miei ventuno racconti pescano nel torbido delle coscienze, tentando di raccontare, in allegria, questo universo pazzo, dove gli umani sembrano animali bradi.
In qualche storia parlo anche di sacerdoti, e nel mio immaginario fantastico, cerco di raccontarli come sono descritti - per loro piccole disavventure - in qualche cronaca provinciale: ecco, una delle virtù del cattolicesimo, è la grande disponibilità a discutere, se non direttamente dalla Chiesa Madre, dei suoi interminabili organismi paralleli, che ne fanno una forza di dialogo in progresso.
Il disagio mi viene, forte e interiore, a pensare a colleghi scrittori, di altre religioni, a cui viene proibito, non tanto di discutere, ma di fare dell’umorismo, che è una forma di affetto, sulla propria fede.
Sono proprio contento.
E lo sono ancor di più nel ringraziare quella splendida donnina che dirige la libreria, Livia Greco, una che ama i libri e chi li sorvola.
 Il retro, con una troppo generosa considerazione dell'editore.
1 giugno 2009
Maurizio De Angelis è un piccolo folle, un folletto.
Maurizio De Angelis & Didò a Ubik Libreria
Il PADRINO Parte Prima
Così Non Trova Traffico
Maurizio De Angelis è un folletto, no non un spiritello fiabesco, lui è proprio folle, ma non è alto come me.
E un immarcescibile figlio dei grandi umoristi battutisti del ‘900, i Marcello Marchesi, i Gino Bramieri, i Beppe Viola «Lei è mai stato innamorato?». «No, ho sempre fatto il benzinaio», quelli che con una frase ti facevano sghignazzare più che con un racconto intero.
Dopo aver vinto per due volte il Premio Troisi (la seconda giuria è ancora ricoverata al reparto maxilo-facciale dell’Ospedale Cardarelli con le mascelle ingessate) e aver scritto i testi di vari spettacoli e produzioni radiofoniche ha scritto un romanzo umoristico di 150 pagine (sarebbero 151, ma l’ultima mi serviva, per altro, peraltro).
E’ il principe dei luoghi comuni. Non lascia nulla al caso, trafigge il linguaggio comune, i pour parler, e li trascina in un vortice di frasi attaccate l’una dietro l’altra che, ovemai ne hai pronunciato una, una volta sola, ti fanno comprendere quanto sei cretino, non sempre, ma una tantum. De Angelis non media, colpisce con un fioretto acuminato, persino la dedica iniziale “Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”, ti lascia per un attimo interdetto. E’ l’amico sornione del liceo, quello che faceva spanciare le ragazze dalle risate; il congiunto che ai funerali, con un piccolo tocco di classe, coinvolgeva in risate tutto il corteo funebre, il “Conte Mascetti” di Amici miei.
E’ un bene che escano libri del genere, e meglio ancora che vengano pubblicati all’inizio dell’estate, la gente sulle spiagge vuole ridere, mica dare una mano a Maroni a respingere i barconi in Libia?

Lo presentano
Lunedì 8 giugno ore 18.00
Pino Imperatore e
Maurizio de Giovanni
Modera
Francesco Di Domenico
(chi modererà me?)
Ubik Libreria – via Benedetto Croce
Napoli
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